Concertare non fa crescere
L’idea di convocare le parti sociali al più presto, senza aspettare che terminino le ferie estive, in conseguenza dell’appello piuttosto generico di diciassette organizzazioni di imprese e di lavoratori, ha dei lati buoni, ma rischia anche di resuscitare vecchie procedure assembleari che sarebbe bene dimenticare. L’urgenza non riguarda le discussioni sul da farsi, mediante riunioni di tutte le parti sociali e la stesura di pomposi documenti, ma le misure concrete da prendere per il rilancio della crescita. Leggi gli altri editoriali del Foglio di oggi
21 AGO 20

L’idea di convocare le parti sociali al più presto, senza aspettare che terminino le ferie estive, in conseguenza dell’appello piuttosto generico di diciassette organizzazioni di imprese e di lavoratori, ha dei lati buoni, ma rischia anche di resuscitare vecchie procedure assembleari che sarebbe bene dimenticare. L’urgenza non riguarda le discussioni sul da farsi, mediante riunioni di tutte le parti sociali e la stesura di pomposi documenti, ma le misure concrete da prendere per il rilancio della crescita. Dato che i vincoli di bilancio, comunque, precludono le soluzioni basate su massicci interventi pubblici, la strada dell’economia di mercato è la sola che può funzionare.
L’agenda operativa che l’esecutivo dovrebbe sottoporre all’attenzione delle parti sociali è abbastanza chiara, quasi obbligata, e si può racchiudere in pochi punti, sul Foglio già ampiamente discussi: scartata l’ipotesi dell’imposta patrimoniale – che secondo il Wall Street Journal perfino gli operatori di mercato riterrebbero inevitabile, ma che oltre a essere sommamente ingiusta è anche rimedio che ha effetti solo nel breve termine (come dimostrano chiaramente i precedenti) – occorrono in sintesi privatizzazioni, liberalizzazioni, contratti di lavoro decentrati e che incentivino la produttività, investimenti in infrastrutture con la finanza di progetto, riduzioni fiscali e contributive riguardanti i salari di produttività e l’apprendistato.
La sola alienazione del 5 per cento del patrimonio immobiliare dello stato e degli enti locali di esso consentirebbe di ottenere un punto di pil, una leva rilevante per la mobilitazione della finanza di progetto. Fra le liberalizzazioni, oltre a quella sugli orari dei negozi, sta emergendo il tema delle procedure e dei veti che ostacolano gli investimenti delle imprese e le iniziative nelle infrastrutture, su cui giustamente insiste il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha opportunamente ripreso il tema della detassazione e della decontribuzione riguardante la parte del salario espressa dalla contrattazione locale. Non si tratta di fare discussioni accademiche e di approvare mozioni od ordini del giorno, su cui può essere facile trovare ampi consensi, ma di mettere a fuoco alcune proposte da rendere immediatamente operative, ricordando il vecchio detto: “Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”.
L’agenda operativa che l’esecutivo dovrebbe sottoporre all’attenzione delle parti sociali è abbastanza chiara, quasi obbligata, e si può racchiudere in pochi punti, sul Foglio già ampiamente discussi: scartata l’ipotesi dell’imposta patrimoniale – che secondo il Wall Street Journal perfino gli operatori di mercato riterrebbero inevitabile, ma che oltre a essere sommamente ingiusta è anche rimedio che ha effetti solo nel breve termine (come dimostrano chiaramente i precedenti) – occorrono in sintesi privatizzazioni, liberalizzazioni, contratti di lavoro decentrati e che incentivino la produttività, investimenti in infrastrutture con la finanza di progetto, riduzioni fiscali e contributive riguardanti i salari di produttività e l’apprendistato.
La sola alienazione del 5 per cento del patrimonio immobiliare dello stato e degli enti locali di esso consentirebbe di ottenere un punto di pil, una leva rilevante per la mobilitazione della finanza di progetto. Fra le liberalizzazioni, oltre a quella sugli orari dei negozi, sta emergendo il tema delle procedure e dei veti che ostacolano gli investimenti delle imprese e le iniziative nelle infrastrutture, su cui giustamente insiste il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha opportunamente ripreso il tema della detassazione e della decontribuzione riguardante la parte del salario espressa dalla contrattazione locale. Non si tratta di fare discussioni accademiche e di approvare mozioni od ordini del giorno, su cui può essere facile trovare ampi consensi, ma di mettere a fuoco alcune proposte da rendere immediatamente operative, ricordando il vecchio detto: “Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”.